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Friday, 24/03/2017

Dalla retina artificiale una speranza per i pazienti che hanno perso la vista
"Non sono più al buio, non ci sono solo le voci". A parlare è Nicola Sfregola, paziente affetto da retinite pigmentosa, una malattia che gli aveva quasi tolto del tutto la vista, e che oggi - grazie all'impianto di una retina artificiale - è tornato a riconoscere sorgenti luminose, ombre, forme, contorni, ostacoli. E soprattutto a "vedere" i suoi figli. Insomma, ha recuperato una nuova capacità visiva che gli permette di avere una migliore qualità di vita e soprattutto una maggiore autonomia personale. Un risultato possibile grazie all'impianto di una protesi di retina artificiale. Il suo è uno dei 39 interventi realizzati in Italia (30 dei quali tra Pisa e Firenze) su 215 in tutto il mondo. Improvvisamente il buio. Nicola scopre di avere la retinite pigmentosa a 26 anni. "Avevo 10/10 ed ero convinto che stavo cominciando a essere miope. Sono passato dal non vedere bene al buio ad avere problemi a infilare la chiave nella serratura. Pensai che fosse necessario andare dall'oculista. Ma rimandavo - racconta. Poi una volta tornando a casa, Nicola investe tre persone contemporaneamente sulle strisce pedonali. "Avevano anche i sacchetti della spesa, come era possibile che non li avessi visti? Erano sbalorditi anche i vigili urbani. Per fortuna non si sono fatti nulla di grave. Così ho preso appuntamento al S. Raffaele di Milano e dopo vari accertamenti, arrivò la diagnosi". Nel giro di 10 anni ha perso la vista. Poi la decisione dell'intervento e l'impianto della protesi. Ritorno alla luce. Cosa ha visto quando hanno acceso il dispositivo? "Ho visto la luce attraverso la telecamera. Ho pensato che fosse tutto lì e al momento sono rimasto deluso. Poi ho capito che il mio apporto e la mia motivazione sarebbero stati fondamentali per andare oltre. Ed oggi riesco a vedere i miei figli. Non sono più al buio, non ci sono solo le voci" racconta Nicola. "Utilizzare la parola vista non è corretto. Con l'impianto percepisci la luce con densità diverse e con la riabilitazione e il lavoro costante impari a percepire i contorni delle cose. Il buio e la luce prendono forma". La retinite pigmentosa. La malattia di cui è affetto Nicola colpisce in Italia oltre 20.000 persone (167.000 in Europa). E' una patologia rara, genetica e degenerativa che in molti casi porta il paziente alla cecità e non ci sono cure al momento disponibili. I sintomi possono manifestarsi durante l'adolescenza, ma gravi problemi alla vista non compaiono generalmente prima dell'età adulta. Nei primi stadi della patologia, si verifica una perdita della vista notturna e vista più difficoltosa in condizioni di scarsa luminosità. All'avanzare della patologia, si perde la vista periferica e si sviluppa una 'vista a tunnel'. Negli stadi più avanzati, una persona affetta da retinite pigmentosa può diventare completamente cieca. Altre patologie correlate comprendono, tra le altre, la sindrome di Usher, l'amaurosi congenita di Leber, la patologia che coinvolge coni e bastoncelli, la sindrome di Bardet-Biedl e la sindrome di Refsum. Con Argus II - questo il nome della protesi retinica sviluppata da Second Sight Medical Products - il paziente potrebbe riacquistare un buon grado di autonomia, visualizzando ostacoli e oggetti sia negli ambienti interni sia all'esterno. Come funziona la retina artificiale. La protesi, impiantata con intervento chirurgico e ricovero di un giorno, è un dispositivo di neurostimolazione in grado di bypassare le cellule fotorecettrici danneggiate e stimolare le rimanenti cellule retiniche vitali. Grazie ad una piccola videocamera posta sugli occhiali in dotazione al paziente, Argus II cattura e converte le immagini in una serie di piccoli impulsi elettrici, che vengono trasmessi in modalità wireless ad una matrice di elettrodi impiantati sulla superficie della retina. Tali impulsi hanno lo scopo di stimolare le cellule rimanenti della retina, con conseguente creazione di motivi di luce che vengono trasmessi dal nervo ottico al cervello. "Abbiamo avuto risultati che in alcuni casi sono stati addirittura entusiasmanti" spiega Stanislao Rizzo, primario del Dipartimento di oculistica dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze, che per primo ha creduto in questo sistema e che ha eseguito 30 impianti retinici. "Ma non tutti i pazienti sono eligibili per l'intervento e coloro che vengono impiantati sono seguiti durante un percorso riabilitativo e personalizzato. In questi 5 anni ho potuto constatare quanto il sistema sia sicuro, ma soprattutto verificare di persona che la sua validità e i benefici che comporta si mantengono nel tempo, anche a distanza di diversi anni". La ricerca. Lo studio Flora, pubblicato sulla rivista "Clinical and Experimental Optometry" , ha effettuato una valutazione tre anni dopo l'impianto della protesi epiretinica. I risultati hanno mostrato un miglioramento sia delle prestazioni visive che dell'autonomia del paziente. In particolare, un miglioramento significativo della funzione visiva è stato evidenziato con il dispositivo acceso per 24 attività testate su 35 (69% delle attività). Per le nuove attività (26%), non sono state osservate variazioni significative. Un controllo con il dispositivo spento ha permesso di escludere un effetto placebo. In pratica, lo studio dimostra che compiti difficili o impossibili da eseguire per i non vedenti, come individuare e attraversare un passaggio pedonale in modo indipendente o individuare visivamente delle persone, diventano possibili con la retina artificiale. Una vista a pixel. Ma cosa succede esattamente dopo l'impianto? La protesi retinica ripristina una "vista" diversa da quella naturale che aveva il paziente prima della cecità. Può essere descritta come una vista "in un certo senso pixelizzata", composta da punti di luce che, nella situazione ottimale, coprono il campo visivo centrale di 20°. Può essere paragonato ad un righello da 30 cm tenuto a braccio teso. "L'impianto di una retina artificiale nei pazienti con retinite pigmentosa" spiega il professor Rizzo "è sicura e dà risultati incoraggianti soprattutto considerando l'impatto sulla qualità di vita del paziente. Tuttavia, è fondamentale fare un'accurata selezione del paziente che può essere sottoposto a questo tipo di intervento. Inoltre, bisogna considerare la necessità di una riabilitazione post-operatoria abbastanza intensa" conclude l'esperto. In genere, infatti, occorre del tempo per imparare a interpretare le immagini prodotte dal sistema e i risultati variano da paziente a paziente. Alcuni sono in grado di distinguere facilmente le forme, identificare caratteri di grandi dimensioni e individuare sorgenti luminose, mentre altri, con il loro sistema, non sono in grado di interpretare le informazioni spaziali sulla scena visiva. Cosa succede dopo l'intervento. In seguito all'intervento chirurgico di impianto, il paziente torna in clinica diverse volte nei mesi successivi per il follow-up medico, per personalizzare il sistema e per ricevere formazione sul suo utilizzo. Una volta completate configurazione e formazione, i pazienti possono cominciare a usare il dispositivo a casa. A questo punto, i pazienti sono pronti per seguire sessioni di riabilitazione tenute da un terapista di ipovisione. Queste sessioni hanno lo scopo di insegnare ai pazienti come interpretare e usare le loro nuove abilità visive nella vita quotidiana. Dove si può fare l'intervento. L'impianto di queste protesi è molto costoso e richiede la disponibilità di ospedali oftalmologici attrezzati e medici adeguatamente formati. Si tratta di un intervento che viene effettuato in convenzione per il momento solo in poche regioni: la Toscana, dove sono stati eseguiti 30 interventi, la Lombardia e il Veneto. Per informazioni sulla retinite pigmentosa e le protesi, si può chiamare il numero verde 800 879 697.
Fonte
repubblica.it

Monday, 20/03/2017

Diagnosi sbagliata: reciso intestino ad una 18enne
La curarono per una mestruazione dolorosa, ma era una peritonite acuta. A seguito di quella svista medica, una ragazza dovette sottoporsi ad un intervento chirurgico urgente per l'asportazione di parte del colon. Due medici per quella diagnosi sbagliata andranno a processo. Si tratta del medico di base dell'allora adolescente, C.L., 67 anni, e della collega del 118, P.L., 58 anni, che la visitò. Il gip del tribunale di Salerno Maria Zambrano li ha rinviati a giudizio dinanzi alla Prima sezione penale. Prima udienza ad ottobre. Tutto comincia ad aprile di due anni fa quando, all'improvviso, l'allora diciassettenne ebbe dei dolori lancinanti all'addome. Giovane, in piena forma, in famiglia non diedero tanto conto all'episodio, pensando si trattasse di dismenorrea, patologia della quale la ragazza soffriva durante il ciclo mestruale. Non si preoccuparono più di tanto proprio perché c'erano stati dei precedenti. Passerà anche questa, pensarono i genitori. Invece no. Col passare dei giorni - quattro per l'esattezza - la situazione peggiorò. La giovane aveva sempre dolori acuti fino ad avere delle coliche. La prima richiesta di intervento sanitario fu fatta alla guardia medica che suggerì ai familiari di chiamare il 118. A casa della diciassettenne giunse l'equipe di soccorso guidata dal medico P.L. che eseguì un esame obiettivo sulla paziente e suggerì una terapia. La diagnosi fu dismenorrea. Passerà? Macché! Le rassicurazioni del medico durarono poco perché la ragazza continuò ad avere dolori. Allora i genitori della diciassettenne fecero ricorso al medico di famiglia. C.L. non ritenne di visitare a domicilio la paziente, rimettendosi alla terapia suggerita dalla collega del 118. Le due consulenze mediche non furono ritenute soddisfacenti dai genitori, anche perché lo stato di salute della figlia non migliorava. Si decisero così a portarla al pronto soccorso dove, al termine di accertamenti specifici, le fu diagnosticata una peritonite acuta. La giovane che si è costituita parte civile, assistita dall'avvocato Francesco Oliviero, entrò subito in sala operatoria dove le asportarono parte dell'intestino. I medici rispondono di lesioni personali.
Fonte
lacittadisalerno.gelocal.it

Sunday, 26/03/2017

Primi giorni di allattamento al seno: mamma nessuna paura
L'allattamento al seno è il modo più naturale per alimentare il neonato. Nell'approccio all'allattamento la mamma deve spogliarsi di ogni paura, pregiudizio o condizionamento: allattare è un atto fisiologico e spontaneo. I primi giorni di allattamento possono essere difficili e stancanti sopratutto se la mamma è alla sua rima esperienza e , quindi, necessita di prendere confidenza col proprio corpo. Care neomamme, sappiate, però, che allattare riesce ad essere anche molto gratificante, può amplificare e rafforzare il legame e l'intimità col bebè. Quindi, mamme non scoraggiatevi! Durante le prime fasi dell'allattamento è più che normale incontrate qualche difficoltà, se ne possono avere nel fare attaccare il neonato al seno, nel sopportare i ritmi delle poppate, nel gestire i tempi della produzione di latte o le ragadi. Molti intoppi sono dovuti solo all'inesperienza e si superano con un po' di naturale pratica. Uno dei dubbi più ricorrenti nei primi giorni di allattamento al seno riguarda la crescita del bambino: molte sono le mamme che nutrono l'errata sensazione che il bebè non sia capace si succhiare o che si stacchi troppo preso o troppo tardi, in tante arrivano all'erronea deduzione che il figlio non si nutra abbastanza. Attenzione: tutto ciò non deve preoccuparvi, spesso quel che credete di giudicare bene non corrisponde a verità. Non esiste un tempo prestabilito entro cui il bambino debba smettere di ciucciare, una poppata può durare molto o poco a seconda dei bisogni soggettivi del bebè; non esiste un orario delle poppate, quando il bambino ha fame chiede alla mamma di essere nutrito; non esiste una posizione sola per allattare ma molte, mamma e bambino devono trovare la loro comodità rispettando i reciproci bisogni. Il primo consiglio da dare alla neomamma è quello di ascoltare se stessa e il proprio corpo. Se in molti cercano di consigliarti come e quando allattare e se questo ti condiziona, prova a stare da sola col tuo bambino. L'allattamento è una pratica naturale e istintuale. Evitando ansia e agitazione, sarai maggiormente rilassata e tranquilla, nei primi giorni di allattamento questo conta molto. Grazie alla tua serenità, sarà più facile per il bambino posizionarsi per la poppata, succhiare e nutrirsi. Inoltre offrirai al neonato un contatto più intimo e migliore. Per l'allattamento al seno è essenziale assumere una posizione confortevole: ciò che dovete tenere a mente è solo che il corpo del neonato deve avere un'inclinazione di circa 45°. L'inclinazione a 45° è consigliata per facilitare il passaggio del latte dalla bocca allo stomaco del piccolo e per evitare un eventuale ristagno tra la faringe e l'orecchio (cosa che potrebbe facilitare o addirittura causare otiti). Durante i primi giorni di allattamento mamma e bambino devono trovare il loro ritmo naturale. La mamma deve sapere e considerare che il neonato sin dalla nascita gode di un riflesso istintivo a cercare il seno. E' possibile sollecitarlo facilitando questa ricerca, ecco come fare: potete premere delicatamente la mammella per fare uscire qualche goccia di latte e appoggiare il capezzolo sulle sue labbra del bebè per invogliarlo ad aprire la bocca; potete stimolare il piccolo sulla guancia accarezzandola con delicatezza per indurlo ad aprire le labbra verso il seno. Il bambino è attaccato correttamente al seno, quando tiene in bocca l'intero capezzolo e buona parte dell'areola ( zona circolare scura attorno al capezzolo). La mamma può constatare l'efficace suzione del bambino osservando il movimento delle tempie e delle orecchie del neonato. Quando il bebè succhia tempie e orecchie, infatti, si muovono mentre tira il latte dal seno e lo deglutisce, è questo un evidente dato che confuta la buona suzione e dimostra alla mamma che il bebè sta mangiando. Il primo latte prodotto dal seno è il colostro, il bambino se ne nutre nei primi giorni di allattamento. Si tratta di un liquido denso di colore giallastro e di grande valore per la nutrizione, l'equilibrio intestinale, le funzioni fisiologiche e le difese immunitarie del neonato. Dal punto di vista delle difese immunitarie, il colostro è particolarmente efficace perché contiene molte proteine e anticorpi che servono per proteggere il bebè dalle infezioni. Il colostro preclude la produzione di latte, ovvero la montata lattea che si verifica di solito tra il secondo e il terzo giorno di allattamento. Per favorire la montata lattea, la mamma deve attaccare il bimbo al seno ogni volta che lo richieda, deve seguire una dieta equilibrata, bere molti liquidi e riposare il più possibile. Durante i primi giorni di allattamento, e durante tutte le fasi più intense della Vita da Mamma, per garantire al vostro organismo tutti i nutrienti necessari, non è sbagliato aumentare di poco l'apporto calorico giornaliero, scegliere cibi ricchi di proteine, carboidrati e calcio, preferendo gli alimenti con pochi grassi.
Fonte
vitadamamma.com
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