image slider by WOWSlider.com v8.7.1m

Friday, 23/09/2016

Un chip che funziona come un fegato umano per la diagnosi precoce
Bastera' un semplice prelievo di sangue per sapere se e quanto il nostro fegato è 'grasso'. L'annuncio arriva da uno studio dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One. Biomarcatori per la diagnosi precoce. La malattia del fegato grasso è la steatosi epatica non alcolica che attualmente può essere diagnosticata con precisione solo attraverso la biopsia epatica, un esame invasivo e costoso, consistente in un prelievo di tessuto epatico da sottoporre a esame istologico, o tramite ultrasonografia, test di screening che presenta però limiti in termini di sensibilità e specificità. La ricerca dell'Unità Operativa di Ingegneria Tissutale e Chimica per l'Ingegneria dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, svolta in collaborazione con l'Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del Cnr, apre ora la strada all'individuazione di possibili biomarcatori per la diagnosi precoce e non invasiva della steatosi epatica mediante il prelievo ematico. Una possibilità inedita, che permetterebbe di somministrare terapie tempestive e mirate per la cura di una sindrome che oltre ad essere legata a fattori come l'obesità, il diabete e la dislipidemia, è accentuata da stili di vita non adeguati e dall'inquinamento ambientale, ma sembra presentare anche basi genetiche ed epigenetiche. Un 'chip' che funziona come il fegato. La nuova frontiera verso i biomarcatori è ora possibile grazie allo sviluppo di una particolare piattaforma di studio tridimensionale (3D), consistente in un chip con microfluidi in cui coltivare cellule epatiche da sottoporre ad accumulo di lipidi. In questo modo, i ricercatori hanno ricreato un modello il più possibile vicino a ciò che avviene nel fegato umano. Questo elemento, che contraddistingue i chip usati nel progetto in condizioni di coltura dinamica, fa in modo che l'ambiente simulato sia molto simile alle condizioni che si presentano nel fegato e superi di gran lunga l'attuale tecnologia di coltura statica in vitro. Sulle tradizionali piastre di coltura a due dimensioni, infatti, la somministrazione di acidi grassi liberi provoca un abbassamento della vitalità cellulare di tipo acuto, mentre le strutture 3D in cui vengono coltivate le cellule nei chip consentono una loro sopravvivenza più elevata e un accumulo lipidico più moderato e graduale, come accade all'interno del nostro fegato. Questi nuovi micro-dispositivi, perciò, si sono rivelati particolarmente adatti a simulare una condizione cronica come quella della steatosi epatica non alcolica nel fegato dell'essere umano, poiché consentono nel contempo sperimentazioni più lunghe, la riduzione delle variabili da valutare, un controllo migliore delle condizioni sperimentali e il contenimento dei costi: requisiti impossibili da ottenere con la sperimentazione animale. Le prospettive future. "Grazie al sistema tecnologico che abbiamo realizzato" spiega Alberto Rainer, ricercatore del Laboratorio di Ingegneria Tissutale dell'Università Campus Bio-Medico di Roma "potremo ora far partire uno studio sperimentale per l'individuazione dei segnali predittivi della patologia, ovvero di marcatori biologici che, in un futuro non lontano, saranno riconosciuti grazie a una semplice analisi del sangue. Questo porterebbe non solo alla diagnosi precoce, ma anche alla possibilità di stabilire una stadiazione accurata della steatosi epatica non alcolica". Gli stessi biomarcatori ricavati grazie alla tecnologia 'liver-on-a-chip' potrebbero rappresentare, inoltre, dei nuovi target terapeutici per lo sviluppo di farmaci innovativi. Che cos'è la Nafld. La steatosi epatica non alcolica, o Non-Alcoholic Fatty Liver Disease (Nafld), è una patologia che colpisce in maniera indiscriminata sia adulti che bambini nella maggior parte dei gruppi etnici e ha un tasso di incidenza tra il 10 e il 25% della popolazione globale, in aumento negli ultimi anni soprattutto per la crescita dei soggetti obesi. È la patologia cronica a carico del fegato più diffusa nei Paesi industrializzati. In Italia, secondo dati recenti, ne soffre circa il 25% della popolazione. Si tratta di una malattia che può rappresentare un fattore predisponente di patologie epatiche più gravi, quali la steatoepatite, caratterizzata da infiammazione e necrosi del fegato, e può condurre successivamente alla fibrosi e cirrosi epatica. Il 5-10% dei pazienti con cirrosi del fegato sviluppano l'epatocarcinoma, terza causa di morte per cancro nel mondo. L'incidenza della malattia. Pur non essendo una malattia molto nota, la steatosi epatica non alcolica è molto diffusa, in Italia e nel mondo. Un lavoro pubblicato dal professor Zobahir Younossi sulla rivista scientifica Hepatology ha rivisitato la letteratura scientifica sulla steatosi, con una campionatura proveniente da 22 Paesi del mondo, pari a 8 milioni e mezzo di pazienti. Il risultato è quello di una prevalenza mondiale media di steatosi del 25%, con percentuali maggiori in Medio Oriente e in Sud America, dove cibo e stile di vita favoriscono l'accumulo di grassi. Trasferito il dato all'intera popolazione del globo, circa un miliardo e mezzo di persone nel mondo soffrirebbe di questa patologia. Lo studio di Younossi, inoltre, ha calcolato che circa l'1% dei 'fegati grassi' evolve a steatoepatite, patologia con una mortalità di una persona ogni 80.
Fonte
repubblica.it

Tuesday, 26/07/2016

Sicilia, garza dimenticata nell'addome: denunciati medici
I medici dell'equipe chirurgica dell'ospedale di Scicli avrebbero dimenticato una garza nell'addome durante l'intervento per la resezione del retto di un uomo di 71 anni, che è successivamente morto dopo un altro intervento chirurgico. Così il figlio ha presentato una denuncia-querela alla Procura di Ragusa nei confronti del legale rappresentante pro tempore dell'Asp 7 per accertare le eventuali responsabilità dei medici. Secondo la denuncia, il paziente, a seguito delle emorragie interne susseguenti alla presenza della garza nell'addome, ha dovuto subire un nuovo intervento chirurgico, stavolta presso l'Humanitas di Milano, durante il quale i medici hanno scoperto e asportato la garza. Il figlio ritiene che il padre sia stato vittima di omicidio colposo a causa della negligenza, imprudenza e imperizia dei medici che l'hanno operato a Scicli.
Fonte
canicattiweb.com

Sunday, 25/09/2016

Come depurare la vescica (almeno ogni 2 mesi) per evitare l'accumulo di tossine
La vescica è un organo che funziona di continuo, tutti i giorni, perché è quello deputato alla raccolta e all'espulsione dei residui organici prodotti dal lavoro dei reni che filtrano litri e litri di sangue in modo continuativo. Ne consegue che si tratta di un organo la cui salute in qualche modo può influire, nel bene e nel male, sulla funzionalità e sulla salute di tutto l'organismo, per cui sarebbe buona cosa mantenerla in perfetta efficienza. Il modo migliore per farlo è quello di depurarla dai residui organici che inevitabilmente vi si depositano. Tali residui possono essere di vario genere, inclusi agenti virali e batterici, particolarmente pericolosi per la salute della vescica che, se non depurata regolarmente e nel modo giusto, potrebbe essere oggetto di non pochi problemi. Cistiti, infiammazioni, e altro ancora, tutti problemi che alla fine determinano una serie di problemi tra cui incontinenza urinaria, bruciore, difficoltà nella minzione, iperattività e altro ancora. Vediamo come fare per mantenerla in buona salute. Il primo modo per pulire regolarmente la vescica è bere molto, acqua naturale e non gassata ovviamente, ormai si è concordi nel raccomandare di bere almeno un paio di litri di acqua al giorno, in modo da favorire l'espulsione di tutto il suo contenuto così da evitare accumuli che potrebbero essere fonte di una serie di problemi, come detto in precedenza. Bere la giusta quantità di acqua inoltre aiuta a contrastare, se non addirittura ad evitare, la formazione di calcoli renali, inoltre favorisce la diuresi e contrasta la ritenzione idrica, quest'ultima responsabile tra l'altro della comparsa della cellulite, l'acerrima nemica del gentil sesso. I mirtilli, un piccolo frutto ricco di antiossidanti, un altro rimedio naturale eccellente per depurare efficacemente la vescica. I mirtilli sono anche ricchi di vitamina C e di fibre, tutte sostanze che tra l'altro rafforzano il sistema immunitario nonché le pareti della vescica. È possibile preparare un bel succo di mirtilli utilizzando come ingredienti ½ tazza di mirtilli rossi freschi, il succo di ¼ di limone e un bicchiere d'acqua. Lavare accuratamente i mirtilli, metterli nel frullatore e aggiungervi il succo di limone e l'acqua e infine frullare alla massima velocità fino ad ottenere un bel composto omogeneo. Infine filtrare il succo ottenuto e bere un paio di volte al giorno. Un frullato ricco di potassio è l'ideale per depurare la vescica e anche proteggere i reni. Da bere prima dei pasti principali, è facile da preparare. Occorrono 1 mela verde, 1 carota, 1 cucchiaio di sedano, 2 cucchiai di prezzemolo e il solito bicchiere d'acqua. Lavare accuratamente tutti gli ingredienti, quindi tagliarli a cubetti molto piccoli, inserirli nel frullatore assieme al bicchiere d'acqua e frullare alla massima velocità in modo da ottenere un frullato omogeneo o privo di grumi. Berlo appena fatto, prima dei pasti principali, per almeno due giorni consecutivi. Un frutto perfetto per depurare la vescica è il cocomero o anguria, il classico frutto estivo ricco di numerose ottime proprietà amiche dell'organismo. Si tratta di un frutto ricco d'acqua e di sostanze antiossidanti che favoriscono la diuresi e al tempo stesso aiutano a depurare la vescica dalle tante scorie che vi transitano ogni giorno. Nel periodo estivo sarebbe opportuno mangiare l'anguria più volte a settimana. Potrebbe essere utile anche bere un infuso di dente di leone, una pianta dalle proprietà diuretiche in grado di combattere le anguriainfezioni e le infiammazioni che possono colpire la vescica. Per prepararlo occorrono 2 cucchiai di dente di leone (lo si trova in erboristeria), 1 cucchiaio di miele che oltre a dolcificare è anche un antibiotico naturale, un bicchiere d'acqua. Aggiungere in un bicchiere di acqua bollente il dente di leone, coprire e lasciare in infusione per una quindicina di minuti, così da far raffreddare anche l'acqua. Aggiungere il miele e bere almeno tre volte al giorno.
Fonte
tuttasalute.net
CHE COS'E? CONTATTI PRIVACY POLICY EZOOBASE BUSINESS LAVORA CON NOI LISTINO PREZZI
Via Oslo, 5 - 00144 Roma - Tel. 06.5203840 - 06.52206790 - / Fax 06.52206791
P.Iva: 05906221006 - E-Mail:info@ezoobase.it